Io, Dan Peterson, il “suicidio” e il suo portafoglio


Giorgio Moro, preparatore atletico Virtus all’epoca di “Little Big Pete”, rievoca indimenticabili vicende bianconere

Foto di gruppo per la Virtus compreso il preparatore Giorgio Moro

Dan Peterson mi ha dato il piacere di menzionarmi sulla Gazzetta, ma prima mi sento in dovere di ricordare l’Avvocato Porelli. Burbero com’era, mi ha sopportato 10 anni prima di cacciarmi (cambiando fior di allenatori e salvando il preparatore) e quando mi ha licenziato in tronco dal basket, e andato al Consiglio della Virtus Tennis e ha detto: “Ho licenziato Moro per ragioni personali, ma è bravo, prendetelo voi!”. Perché questo preambolo? Perché fra le tante cose straordinarie che ha fatto l’Avvocato, la più grande è stata quella di scovare Dan Peterson (nella foto, io sono quello con i baffi).

Ho lavorato con una ventina di allenatori diversi, ma, senza voler togliere nulla agli altri, Dan è stato il meglio in assoluto (dopo di lui solo Ettore Messina, sempre creatura di Porelli!). Andiamo per capitoli.

1°) SUICIDE
La faccenda delle quattro sedie che Peterson ha raccontato alla Rosea non è opera mia (ma di Trachelio, mio collega milanese), io mi vanto di aver fatto conoscere a Dan l’avanti-indietro del campo che ormai tutti fanno. Quando lo feci fare per la prima volta al Paladozza, i giocatori si lamentavano e Dan chiese: “Come chiamate questo esercizio?” uno di loro (credo Bertolotti) disse: “Ma è un suicidio!” e lui: “Ecco allora, d’ora in avanti si chiamerà SUICIDE!” (suicidio) e diventò con questo nome famoso in tutta Italia.

Dan Peterson (ph. Biografieonline)

2°) MANO CORTA
Siamo in stazione a Bologna per andare in treno fino a Milano e poi in aereo a Leningrado per la coppa (trasferta di circa 4/5 giorni). Il treno era in ritardo (in quella trasferta tutto risultò in ritardo e tutte le coincidenze saltarono), Dan per riempiere il tempo mi dice: “Dai Moro che prendiamo un caffè, però paga tu perché mi sono dimenticato il portafoglio”. Oh, ribadisco; eravamo alla partenza e saremmo stati una settimana lontano da casa. Ergo, come dire: d’ora in avanti sono a tuo carico.

3°) GENITORI
La prima confidenza che Dan mi fece della sua famiglia fu che suo padre era un radioamatore accanito che via radio parlava con tutto il mondo. Quando i suoi genitori vennero in Italia a trovarlo io pensai di fare cosa a loro gradita accompagnandoli a visitare il mausoleo di Guglielmo Marconi a Pontecchio Marconi. Al ritorno, fermatomi a casa, mia moglie fece la cosa più semplice di questo mondo: offri un the a mamma Peterson. Il the delle 5 e il luogo dove è nata la radio incantarono i due vecchi irlandesi che, per tutti (dico tutti) gli anni a venire non dimenticarono mai, fin che sono rimasti in vita, di mandarci gli auguri di Natale con bellissimi pensieri. Caro Dan, due genitori da favola!

4°) NOTTI INSONNI
Più di una volta, durante tutti gli anni che siamo stati insieme ci è capitato (Dan ed io) di condividere la stanza d’albergo nelle trasferte di coppa. Se da un lato è comprensibile che la sera,(diciamo la notte) prima di una partita importante l’head coach possa essere preoccupato e teso per non lasciare niente al caso pur di affrontare nel migliore dei modi la gara del giorno dopo (e quindi notte in bianco) non è altrettanto normale che la notte successiva (vinto o perso che fosse risultato l’incontro) si facciano chiacchiere su chiacchiere su tutto. Ricordava i minimi particolari come se stesse rivedendo la registrazione televisiva del match. E il peggio era la domanda a sorpresa, quella ti fregava. Perché tu che stavi giusto appisolandoti, dovevi dare la risposta e la notte intanto se ne andava in bianco.

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