Doppio tonfo bolognese: la Fortitudo a Roseto, la Virtus a Trieste


Confermata la idiosincrasia alle trasferte, Basket City arriva un po’ ansimando alla fase decisiva delle regular season della A2 di basket

– di Alberto Bortolotti –

Nel weekend appena trascorso hanno perso in trasferta sia la Virtus che la Fortitudo

E così venne la giornata della difesa della differenza canestri e della posizione play-off.

Potremmo farla diventare festa nazionale, se non fosse che sarebbe meglio occuparsi delle mollezze difensive bianconere (una squadra sgonfia) e delle lacune di talento della Fortitudo, che alle volte pare un Bologna pre-Verdi in versione gioco con le mani, anzichè con i piedi.
Se tutto finisse come oggi, Virtus negli ottavi contro Trapani e Fortitudo opposta a Legnano, con eventuale bella fuori.

Andiamo con ordine e cominciamo da Roseto sabato. L’arrivo di Legion ha reso “di sistema” anche chi prima non lo era. I 16 punti complessivi degli italiani di livello (Mancinelli, Candi, Ruzzier: Montano 0…) a cui si aggiungono i 18 degli “operai”, ovvero Raucci, Campogrande, Italiano e Gandini, si sposa con i 34 dei due americani, in un equilibrio teoricamente perfetto. Fatto sta che Knox incide, più o meno, come al solito. E Legion gioca da solo due quarti e si nasconde negli altri due. Quelli che paiono mancare sono i meccanismi offensivi di squadra. E forse un altro esterno può migliorare la fluidità, certo (sacrificando ulteriormente coloro sui quali si è impostata una squadra presentata come la migliore del lotto…), ma a quel punto, probabilmente, ci si accorgerebbe che occorre anche un lungo. Beh, datemi San Patrizio. Quello del pozzo, intendo.

La Virtus si è invece più volte spenta e più raramente accesa sul candido parquet giuliano. Troppi cross o tentativi di assist buttati al vento, italiani più prolifici e più incisivi da parte triestina, Lawson e Umeh irretiti dall’ottima difesa di Dalmasson, specie a difesa del trapezio pitturato, giovani impalpabili. Ma, soprattutto, tutti preda di una sorta di fatalismo abulico, “vedrai che rientriamo”, ma questo è avvenuto solo parzialmente.
Io non so se occorra per forza un’addizione, diciamo che nell’estremo Nord Est è venuto meno il concetto “di playmaking diffuso” che quest’anno è stato uno dei marchi di fabbrica della Segafredo. In realtà chiunque portasse la palla faceva male. Può anche essere una giornata storta, per carità.

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