Gus Conti si racconta. Dall’addio a Forlì ai maestri fino alle necessarie riforme del basket italiano


Intervista all’amico Augusto Conti, ex giocatore ed ora allenatore che segue con attenzione tutto il basket italiano

– di Luca Corbelli –

Augusto Conti, ex coach di Forlì

Incontriamo Gus Conti ex giocatore, ora allenatore ed è sempre un piacere scambiare opinioni sulla nostra pallacanestro con un amico che conosco da una vita, che raramente vediamo nei salotti, ma che di certo ama e studia il basket con passione come pochi.

Augusto, partiamo dall’attualità, so che dopo due eccellenti annate sulle panchina di Forlì (Serie C Gold ndr) quest’anno stai guardando…
Sì Luca, è esattamente così. Dopo aver contribuito alla nascita dei Tigers Forlì spendendomi con molta energia e raggiungendo con squadre nuove e giovanissime risultati insperati (Finali Coppa Italia, Semifinali Play Off ndr), alla fine della seconda stagione, essendosi modificate alcune condizioni per me essenziali, pur avendo un ulteriore anno di contratto, abbiamo deciso – d’intesa con la società – di non proseguire l’avventura insieme“.

D’accordo che dici sempre d’esser un ragazzo di campagna, ma non credi che sia un azzardo di questi tempi lasciare un posto in panchina certo?
Probabilmente hai ragione, ma non è stata totalmente una scelta di pancia. Innanzi tutto, come mi disse un giorno un mio grande maestro (ed io allora faticai a comprendere perché lui era un coach top level in Europa), se si modificano le condizioni essenziali per il tuo essere, penso che a qualsiasi livello, dalle giovanili all’Eurolega, sia controproducente per tutti continuare. Inoltre, per tutta la mia carriera da coach ho sempre rifiutato, per motivi personali, destinazioni lontane da casa mia, ma per le stesse ragioni ora questo vincolo è venuto meno e pensavo di poter avere opportunità, ma la proposta più concreta è stata molto molto lontana dall’Italia e non me la sono ancora sentita“.

A proposito dei tuoi maestri, so che durante la tua carriera da giocatore professionista hai avuto grandi allenatori: raccontaci quali sono i tuoi ispiratori dal punto di vista cestistico?
Beh, come hai detto, sono stati tanti ma se devo fare alcuni nomi direi il grandissimo Riccardo Sales, un uomo che fu il mio allenatore a Brescia quando avevo 19 anni e che da allora è sempre stato per me un riferimento, non solamente attraverso le idee cestistiche, ma anche su come esser coach; insomma Riccardo, anche se ora non è più tra noi, per me è da sempre un esempio grande. Poi, un altro grande coach, cresciuto anche lui con la fortuna d’aver avuto come maestro Riccardo Sales, è Sergio Scariolo, presente pure lui in quella squadra di Brescia, col quale mi sento ancora, nonostante viva in Spagna, e che per me è un professionista davvero bravo ed intelligente, con ottime idee di pallacanestro. Infine, un coach certamente non conosciuto ai livelli di Riccardo o Sergio, ma un professore ed un uomo di valori e valore straordinari, Riccardo Vattuone, che mi conosce fin da ragazzo e che è un uomo che stimo davvero tanto e che quindi anche nella mia attività di coach è molto presente“.

E cosa ne pensi del momento del nostro movimento, dei settori giovanili e come si possa migliorare questo periodo storico che sembra di flessione sia da un punto di vista tecnico sia per interesse?
Per me dovrebbero essere introdotte regole certe, strutturali ed economiche, che aumentino notevolmente gli interessi delle società ad investire nei settori giovanili in maniera da avere una sempre migliore qualità di istruttori, allenatori e giovani cestisti; probabilmente se avvenisse tutto questo i settori giovanili tornerebbero ad esser più vivi, stimolanti e con situazioni meno cristallizzate che gioverebbero a tutto l’ambiente. Occorre lavorare dal sistema scolastico alle piccole e grandi società per allargare la nostra base e rendere il nostro sport sempre più popolare ed accessibile, anche se altrettanto sinceramente, in generale, credo che la qualità del lavoro sui giovani sia in Italia molto buona sino ai 18 anni, mentre penso si possa e si debba fare molto di più per i giocatori dai 18 ai 22 anni, un’età per la maggior parte decisiva, dove oltre oceano vi è il college e che noi in Italia dobbiamo gestire in maniera più sistemica e specifica: il che non significa semplicemente considerare ed etichettare i giovani come Under, ma proporre importanti percorsi formativi, magari anche accogliendo alcune ottime idee attuate in alcuni paesi europei a noi vicini“.

Gus, so che segui molto anche il campionato di Lega 2 (il figlio 18enne dopo un anno negli States fa ottime cose a Tortona nel girone Est ndr) chi pensi sia la favorita per il salto in A1?
All’attualità vedo molto equilibrio, ma alla fine le piazze storiche, con Bologna, entrambe le sponde, in testa, combatteranno fino in fondo per vincere in campionato. Infatti molte formazioni, giustamente, ambiscono alla vittoria finale, e come sempre succede trionferà la squadra che sarà più pronta ed in forma tecnicamente, mentalmente e fisicamente per affrontare i play-off che fanno storia a sé“.

Cosa fa tutto il giorno un allenatore che non allena?
Beh ho diversi interessi che cerco di coltivare come la passione per la natura e la lettura e cerco anche se posso di utilizzare il mio tempo aiutando chi è meno fortunato. Per quello che concerne il basket.. amo studiarlo anche perché oggi giorno con un minimo di tecnologia è semplicissimo vedere partite di qualsiasi campionato in ogni angolo del mondo. Vedo molte partite negli States ed in Europa, prendo appunti, sperimento e mi confronto con amici che del basket ne fanno una passione ed una professione“.

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