Un altro spunto sui cesti del futuro


In secondo piano il criterio sportivo, per la A prossima ventura servono solidità, pubblico e storia

di Alberto Bortolotti

Volevo inserirmi nel dibattito sulla riforma dei campionati di basket: e lo faccio in occasione della ricorrenza dei playoff, istituiti 40 anni fa giusti giusti, li giocarono in quattro e li vinse Varese.

Ho qualche esperienza in proposito, avendo lavorato due anni in Lega Basket all’inizio degli anni ’90. Entro allo scoppio di Tangentopoli, faccio a tempo a vedere l’ultimo De Michelis (presentazione del campionato al Gallia), a conoscere i fasti di Malgara (campionato su RAI 1 – ! – il sabato alle 14.00) e poi l’abbandono, con il commissariamento affidato a Roberto Allievi. Debuttò, con la Luxottica Cup, lo sponsor del campionato (io la portavo fisicamente nel baule della mia macchina!).

Allora i club erano 32, 16 in A1 e 16 in A2, play-off, 10+2 nella fase finale (con tutta una interminabile serie di variabili, avvenute un bel po’ prima e poi riproposte, tipo la “fase a orologio”). Ma già nel ’94-’95 l’osmosi tra i due campionati si ferma: aboliti i play-out e play-off separati. Ecco, quando leggo le ipotesi di rimettere a confronto club di una categoria con l’altra, penso che sia impossibile, non vada nemmeno proposto perché velleitario. Nessuno che sta sopra vuole essere messo in discussione da chi sta sotto. Anzi, va marcata una netta differenza che possa sviluppare una collaborazione, proprio partendo dalla distinzione di ruoli: chiara, netta, inequivocabile.

E poi, il diritto sportivo. E’ bello lottare per promozione e/o retrocessione, certo, e anche la granitica Lega Volley, tutto sommato, scantona un po’ dal proposito, pomposamente annunciato nel 2011, di chiudersi, abolendo ups and downs. Però c’è una logica: se scendi a 12 società in A1, come lo scorso anno, rimpolpi di due il roster pescando dalla A2. Ecco che Vibo Valentia e Sora vanno a fare compagnia alle grandi classiche, che sono Modena, Trento, Perugia, Civitanova. Ma da 14 erano calati per ragioni economiche: e io credo che questo sia l’unico criterio, una implacabile revisione dei requisiti ogni 3/4 mesi (pubblico, impianto, stipendi e contributi, fornitori), e chi è fuori dai parametri va nei dilettanti, facendo spazio a quei club di A2 che se lo meritano, per le medesime ragioni.

Il risparmio? Diego Mosna, presidente della Lega Volley all’epoca, ha ammesso: “Non abbiamo stime ufficiali, ma la decisione dovrebbe far risparmiare il 15-20%”. Vero o no, professionalizzi un settore, e  ciò andrebbe fatto il prima possibile.
Vediamo, solo per curiosità, quali sono i 16 team che hanno più presenze in A. Eccoli, in ordine: Olimpia, Virtus, Varese, Cantù, Pesaro, Reyer, Roma, Fortitudo, Trieste, Siena, Treviso, Caserta, Livorno, Reggio Emilia, Avellino, Torino. Per curiosità, la sedicesima sarebbe il Gira, che però è scomparso, avvolto dalle nebbie sacratiane, con incursioni sabatiniane (ma i particolari, francamente, li ho scordati).
Farei anzi tutto una ricognizione sui parametri di queste (9 giocano già in A1). Terrei la Serie A “larga” perché non si può sic et simpliciter dire a Capo d’Orlando, Brindisi, Cremona, Pistoia, Sassari, Brescia e Trento “fuori dalle balle”. Costruirei in prospettiva un elenco di 16 con un mix tra criteri sportivi ed economico/finanziari/gestionali. Salvaguarderei la Nazionale istituendo un forte meccanismo premiante per chi manda in campo giocatori eleggibili per l’azzurro. “Declasserei” la A2 (di fatto, oggi, meglio gestita, più pimpante della consorella maggiore) a lega di sviluppo. Giovani, pochi over 30 e 2 stranieri, ma soprattutto un tetto alle spese. Stesso numero dei club di A1, incentivando l’istituzione di una “catena cooperativa” fra società di prima e seconda fascia.
Vedere l’A1 senza la doppia Bologna, Treviso e Siena corrisponde alla A di calcio senza Juve, Genoa, Napoli e rossoblù felsinei. Un anno è successo. Cinque è roba da ricovero, trattamento sanitario obbligatorio. Il Roncati l’hanno chiuso, vediamo di non fornire motivi di riapertura.
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